A metà degli anni Ottanta una legge importantissima ha finalmente attuato in parte rilevante l’art. 27 Cost.: la L. 10 ottobre 1986, n. 663 (cd. Legge Gozzini), poi potenziata nel decennio successivo dalla L. 27 maggio 1998, n. 165 (cd. Legge Simeone-Saraceni), permettendo di scontare numerose pene all’esterno della struttura carceraria

di Francesco PASQUALI
Avvocato del Foro di Monza

A metà degli anni Ottanta il Parlamento promulgò una legge, la cd. Legge Gozzini – dal nome del primo firmatario del disegno di legge – che introduceva nell’Ordinamento Penitenziario, una legge che risale al decennio precedente e che disciplina in termini oltremodo avanzati come scontare le pene, diverse misure alternative alla detenzione.

Mario Gozzini era un senatore della Sinistra indipendente, benché molto vicino a politici quali La Pira e Dossetti. Quando Alberto Simeone, nel 1998, si battè per l’introduzione di una legge che avanzasse nella linea della legge Gozzini, Simeone era un deputato del MSI. Non è difficile portare avanti buoni progetti da parti politiche diverse quando questi sono validi.

Cerchiamo di capire quali sono oggi le misure alternative alla detenzione, cominciando a esaminarle una per una a partire dalla prima. Esamineremo le altre nei prossimi mesi.

La più importante consiste nell’affidamento in prova ai servizi sociali: se la pena detentiva inflitta (o il residuo di maggior pena) non supera i tre anni (quattro anni nel caso in cui il reo abbia trascorso l’anno precedente in espiazione di pena detentiva), il condannato può scontare in affidamento ai servizi sociali la sua pena. La norma stabilisce che il provvedimento deve essere adottato sulla base dei risultati dell’osservazione della personalità, condotta collegialmente per almeno un mese in istituto, nei casi in cui si può ritenere che il provvedimento stesso contribuisca alla rieducazione del reo e assicuri la prevenzione del pericolo che egli commetta altri reati. La cd. Legge Simeone ha introdotto la possibilità di concedere tale provvedimento anche senza procedere all’osservazione in istituto purché il condannato, dopo la commissione del reato, abbia osservato un comportamento tale da far ritenere di per sé che l’affidamento in prova contribuisca alla sua rieducazione e alla prevenzione dei reati. Una volta affidato al servizio sociale sarà questo a controllare la condotta della persona, aiutandola a superare le difficoltà di adattamento alla vita sociale, anche mettendosi in relazione con la sua famiglia e con gli altri suoi ambienti di vita, e riferendo periodicamente al magistrato di sorveglianza il comportamento del reo.

Degna di nota appare la norma in base alla quale, per quanto possibile, “l’affidato si adoperi in quanto possibile in favore della vittima del suo reato ed adempia puntualmente agli obblighi di assistenza familiare” (art. 47, comma 5 L. 354/1975).

Un’ultima osservazione sul tema della recidiva relativa a persone che abbiano scontato la pena in tale forma: come per le altre misure alternative alla detenzione, anche per l’affidamento in prova ai servizi sociali il tasso di recidiva di chi sconta la pena in questa forma anziché nella forma detentiva diminuisce drasticamente (si registra un calo dal 67% al 16%).

In ogni caso, un affidamento in prova ai servizi sociali condotto con successo estingue la pena, mentre resta revocabile (con applicazione della pena detentiva residua) nel caso in cui vengano meno i presupposti di comportamento del condannato richiesti o subentri un nuovo titolo di esecuzione di altra pena detentiva che renda incompatibile la prosecuzione della pena alternativa.