Come è possibile vivere la gioia del Vangelo oggi all’interno delle nostre città? E’ possibile la speranza cristiana in questa situazione, qui e ora?

Francesca Radaelli

È passato circa un mese e mezzo dalla visita di papa Francesco a Monza, lo scorso 25 marzo. Ma rimangono sempre attuali le due domande che il Santo Padre ha voluto formulare di fronte alla folla radunata al Parco di Monza per la messa. Proprio sugli interrogativi sollevati dal papa si è concentrato, lo scorso giovedì 11 maggio, l’incontro organizzato presso il Teatro Sacro Cuore di Triante dalla Commissione per l’Animazione Sociale della Chiesa del Decanato di  Monza. L’appuntamento, che si inserisce nel ciclo dei “Dialoghi di vita buona”, fortemente voluti  dal Cardinale Angelo Scola, è stato l’occasione per soffermarsi sui cambiamenti che stanno attraversando la città e sul messaggio che il papa ha voluto portare a Monza e ai monzesi. Per riprenderlo e rilanciarlo.

“La visita di Francesco ha lasciato il segno nella storia di Monza e nella nostra storia personale”, ha sottolineato in apertura Fabrizio Annaro, moderatore della serata. “Il papa ha chiamato l’intera città a interrogarsi sul proprio futuro e sul proprio presente”.

Un presente che talvolta spaventa. Un futuro a cui si fatica a guardare con ottimismo. Una realtà che forse non sempre sappiamo interpretare nel modo migliore, sopraffatti dalla paura istintiva verso i cambiamenti.

Non per caso l’arciprete di Monza, monsignor Silvano Provasi, dando il benvenuto ai partecipanti alla serata ha voluto citare l’episodio evangelico dei discepoli di Emmaus, spronando la comunità ad avere “uno sguardo che sappia andare in profondità, che non si faccia ingannare dalla superficie, che anche in un contesto apparentemente difficile sappia vedere ciò che si è seminato e sta maturando”.

E non per caso durante il suo intervento Padre Giuseppe Riggio, gesuita e caporedattore della rivista Aggiornamenti Sociali, cita una frase particolare tra quelle pronunciate da Francesco a Milano, durante l’incontro al duomo. “Io ho paura delle statistiche, ci ingannano”, ha detto il papa. Perché, ha spiegato Padre Giuseppe i dati e i numeri da soli non bastano per interpretare la realtà. Devono essere completati da altri ‘strumenti’: le esperienze, i valori, le tradizioni e soprattutto gli incontri.

A fornire un quadro ‘statistico’ della città di Monza ci ha pensato il sociologo Giovanni Castiglioni, che ha delineato i principali trend demografici protagonisti degli ultimi anni: “Monza diventa più vecchia”, ha spiegato. “La popolazione anziana rappresenta circa un quarto dei residenti in città. Al contempo le famiglie ‘si stringono’, cala la quota di famiglie con figli, mentre crescono quelle con la presenza di un anziano”. Ma Monza è anche sempre più multietnica: “La quota di stranieri residenti cresce soprattutto nelle fasce più giovani: oggi l’11% degli studenti nelle scuole della città è straniero”.

Come leggere questi numeri? E come comportarsi di fronte ad essi? Parecchi spunti in questo senso li ha dati padre Giuseppe Riggio, riprendendo proprio le parole pronunciate dal papa: “Francesco ci dice di non temere le sfide, di prenderle come il bue per le corna, di coglierle come delle opportunità. Possiamo farlo solo entrando nella realtà, ‘sporcandoci’ con la realtà, smettendo di guardare i problemi dall’esterno e dall’alto, incontrando le persone, anche quelle che ci sembrano più lontane da noi”.

Se Gesù nel Vangelo è ‘il grande maestro degli incontri’, anche il papa a Milano ha voluto incontrare tutti, in centro e in periferia, negli enormi spazi del parco di Monza e in quelli angusti del carcere di san Vittore. “Anziani e immigrati rappresentano una sfida. Tendiamo a vederli come un problema, ma in realtà possono essere partner di un progetto comune. Dovremmo smettere di preoccuparci di fare qualcosa per l’altro e iniziare a fare ‘con’, insieme. Accettare l’incontro con l’altro da noi, un incontro che avviene ogni giorno e che è imprescindibile per l’uomo, dal punto di vista antropologico. E nell’incontrare culture diverse lavorare per raggiungere l’unità. Non l’uniformità che ‘pialla’ ogni differenza, ma valori condivisi forti, all’interno dei quali vivere le proprie pluralità”.

In alcune parti di Monza questo già succede, anche se il percorso non sempre è facile. Durante la tavola rotonda della seconda parte della serata Anna Cavenaghi, dirigente scolastico di una ‘scuola di periferia’, l’Istituto comprensivo Via Correggio nel quartiere Cederna, ha portato la testimonianza di una scuola in cui il 50% degli alunni è straniero. E ha spiegato alcune delle azioni messe in campo per trasformare la diversità di studenti e genitori un valore aggiunto per la comunità, dalla narrazione delle fiabe al dialogo interreligioso. La sfida è passare da una visione multiculturale, basata sulla tolleranza, a una interculturale, fondata sull’incontro”, ha spiegato. “Nel nostro piccolo sono convinta sia possibile, per ciascuno di noi,  provare ad affrontare questa sfida”.

Dell’importanza di mettersi in gioco e affrontare le sfide ha parlato anche Pietro Fontana, parlando dello spirito con cui ha intrapreso la propria attività di imprenditore con il birrificio Carrobiolo: “La figura dell’imprenditore incarna il fare, e io il senso dell’impresa l’ho imparato negli scout, da ragazzo”, ha raccontato. “La voglia di fare, di muoversi, di agire è una delle cose più belle dell’infanzia. Ma è anche alla base del mandato missionario: ‘Andate’, dice Gesù. Sono convinto che valga sempre la pena provare a fare qualcosa, piuttosto che rinunciare a farla”.

Nel dibattito successivo con il pubblico sono stati espressi punti di vista differenti sui temi di maggiore attualità che riguardano la città di Monza, soprattutto i fenomeni migratori, l’integrazione e il ruolo della scuola e della comunità cristiana. Una comunità che è attraversata da profondi cambiamenti che discute ed esprime punti di vista diversi e articolati, che è formata da una pluralità di voci e di storie. “Sono contento di aver ascoltato voci differenti”, ha detto Fabrizio Annaro concludendo la serata. “Credo che ascoltarsi a vicenda sia fondamentale, dobbiamo imparare a farlo, a considerare la diversità un valore all’interno di una comunità unita. E tornare a riflettere sulle parole di papa Francesco, perché davvero parlino alla nostra coscienza”.