Quest'anno il giro d'Italia partirà da Gerusalemme per ricordare, e onorare, Gino Bartali che non solo fu un grande ciclista, ma salvò la vita di molti ebrei

Silvio Mengotto

Gino_Bartali

Per questo dalla comunità israelitica ha ricevuto il riconoscimento di “Giusto tra le nazioni” con questa motivazione: «Cattolico devoto, ha fatto parte di una rete di salvataggio i cui leader sono stati il rabbino di Firenze Nathan Cassuto e l’arcivescovo della città cardinale Elia Dalla Costa. Questa rete ebraico-cristiana, messa in piedi a seguito dell’occupazione tedesca e all’avvio della deportazione degli ebrei, ha salvato centinaia di ebrei locali ed ebrei rifugiati». 

Gino Bartali, detto «Ginettaccio» per il suo carattere brusco e polemico, socio della Giac dell’Azione Cattolica e terziario carmelitano, «fra il settembre 1943 e il giugno 1944 effettuò circa 30 viaggi lungo il percorso Firenze-Assisi-Firenze per salvare gli ebrei. Il suo compito era quello di passare nel duomo di Firenze e recuperare nascoste nella cassetta delle elemosine le foto di ebrei che bisognava dotare di documenti falsi. Infilate le foto nel telaio della bicicletta, Gino partiva pedalando alla volta di Assisi» (G. Vecchio, Vita e morte di un partigiano cristiano. Giuseppe Bollini e i giovani dell’Azione Cattolica nella Resistenza,  in dialogo)  recapitando il prezioso materiale presso le monache di San Quirico.

Le clarisse del monastero svolsero un compito importante anche per gli ebrei. Ad Assisi gli ebrei in fuga, soldati allo sbando, sfollati, partigiani, perseguitati politici, trovarono rifugio nei sotterranei del monastero. Nelle memorie del convento è registrato il nome di Gino Bartali che, nel telaio della propria bicicletta, portava a Firenze – città che si distinse per l’aiuto prestato agli ebrei, grazie al cardinal Elia Dalla Costa – le fotografie dei clandestini, e riportava a san Quirico documenti falsi. Gino Bartali era un «amico personale dell’arcivescovo Dalla Costa; ogni volta che arrivava da Cortona, Bartali veniva «accolto e rifocillato da tre suore, Amata, Alfonsina e Candida. Si calcola che «Ginettaccio», dopo la guerra simbolo dell’Italia democristiana e familista in contrapposizione al «libertino» Coppi, abbia contribuito a salvare 800 perseguitati» (A. Cazzullo, Possa il sangue servire. Uomini e donne della Resistenza, Rizzoli).

La badessa di San Quirico Maria Giuseppina Biviglia nel Libro delle memorie del monastero scrive «Dio mi presentò la croce del superiorato: sebbene riluttante la presi per santa obbedienza» (M. Castellani, Suor Biviglia la Giusta di Assisi, Avvenire, 7 novembre 2013). Di fronte alla richiesta del vescovo Nicolini di prestare aiuto agli ebrei e ai militari braccati e in fuga, suor Maria Giuseppina Biviglia mostra coraggio, senza nasconder le proprie fragilità e timori «Qualche volta – continua suor Giuseppina Biviglia – opposi un po’ di resistenza all’accettazione di queste persone, sentendo tutta la responsabilità della mia posizione di fronte alla comunità e temendone per questa qualche conseguenza: ma in quei momenti fui sempre incoraggiata dal nostro Venerato Superiore, da altri sacerdoti e dalle mie stesse consorelle ad agire in favore di quei poveretti».

Per sei mesi, grazie alla presenza sotterranea di cunicoli medievali e della botola segreta, che collegava le monache ai sotterranei e alla “grotta”, furono messi in salvo centinaia di ebrei e persone destinate ai campi di sterminio. Anche per suor Maria Giuseppina Biviglia lo Yad Vashem di Israele l’ha insignita nel 2013 del riconoscimento di “Giusta tra le nazioni”. Nel 1991, all’età di 94 anni, si è spenta nel monastero di San Quirico. A futura memoria la badessa Chiara Benedetta Gonnetti disse: «Non possiamo dimenticare come Assisi divenne porto sicuro di tante persone e, in una persecuzione in cui morirono sei milioni di ebrei su sei milioni e mezzo che vivevano in Europa, come ad Assisi nessuno abbia perso la vita».